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martedì, ottobre 28, 2008

Don Abbondio ovvero storie di tutti i giorni...vecchi ricordi...

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra...Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero...Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro...a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de' bravi.
Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica.
Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui...
Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.
Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: - se mi sapessero suggerire...
Oh! suggerire a lei che sa di latino! - interruppe ancora il bravo...
Disposto... disposto sempre all'ubbidienza -. E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio...
Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato.
Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte.
Non è però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que' tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto

martedì, settembre 16, 2008

Maria...


Cecilia Sophia Anna Maria Kalogeropoulos

In arte Maria Callas

New York 2 dicembre 1923-Parigi 16 settembre 1977


Citazioni della Callas:


Artisti si nasce. E si rimane artisti, anche quando la voce è non è proprio una meraviglia.
Non ho bisogno dei soldi. Lavoro per l'arte.
Non sono un angelo e non pretendo di esserlo. Non è uno dei miei ruoli. Ma non sono nemmeno il diavolo. Sono una donna e una seria artista, e gradirei essere giudicata per quello.
Questa è la differenza fra un buon insegnante e uno di grande valore: il buon insegnante tira fuori il meglio dagli allievi, il grande insegnante prevede l'incapacità dello studente.
Le donne non sono sufficientemente alla pari con gli uomini, così dobbiamo renderci indispensabili. Dopo tutto, abbiamo l'arma più grande nelle nostre mani: siamo donne.
Paragonare me alla Tebaldi è come paragonare lo Champagne al Cognac, no meglio alla Coca Cola.
Love is much better when you're not married.


Citazioni sulla Callas:

Nella musica Lirica esistono due periodi denominati A.C. e D.C. ossia, prima della Callas e dopo la Callas!

La voce dell'opera si è fermata con la Callas, una perfezionista, nel senso che perfezionava i suoi difetti, come tutti i geni. Trovare e cestinare. Di questo si tratta. (Carmelo Bene).
... Quella voce ci affascinò come un sortilegio, un prodigio che non si poteva definire in alcun modo, la si poteva soltanto ascoltare come prigionieri di un incantesimo, di un turbamento mai esplorato prima. Ma non si può rendere appieno la tempesta di emozioni che suscitava in chi l'ascoltava per la prima volta. Perché Maria è un regalo di Dio che non si può definire nel tempo: Maria c'è sempre stata e ci sarà per sempre. (Franco Zeffirelli).
La congiunzione di stelle che si sono incontrate per creare un astro così completo e perfetto come Maria Callas non potrà ripetersi mai più (Franco Zeffirelli).

Si è tanto parlato di Maria, cose vere e non. Io mi limito a ciò che sento e cioè che Maria ha fatto testo. La ricorderemo sempre, volenti o nolenti, e la sentiremo in noi in modo indescrivibile. Siamo come drogati dal suo modo di essere, pur con tutti i suoi difetti; ma chi non ne ha? (Maria Simionato).

tratto da wikiquote.



giovedì, giugno 19, 2008

Il grande Vecchio del giornalismo

Indro Montanelli (Fucecchio 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001) è stato un giornalista, scrittore e divulgatore storico italiano.

Cavaliere di Gran Croce ordine al merito della Repubblica Italiana.

Scrittore destrorso, vediamo un po' cosa diceva nel suo classico stile schietto diretto e pungente:


  • Condannato dal tribunale di Reggio Emilia per bestemmie e turpiloquio contro la Chiesa, Roberto Benigni avrebbe qualche ragione di considerarsi vittima di un'ingiustizia. Proprio il giorno prima la Chiesa riabilitava Martin Lutero, scomunicato ai suoi tempi pressappoco per gli stessi motivi. Come cambia, coi tempi, la sorte degli uomini! È inquietante pensare che Benigni, se fosse vissuto cinquecent'anni fa, sarebbe forse diventato Lutero. Ma addirittura sconvolgente è che Lutero, se fosse nato cinquecent'anni dopo, sarebbe forse diventato Benigni! (8 novembre 1983).

  • L'agenzia Ansa riferisce che da un sondaggio operato in Francia su un pubblico internazionale, risulterebbe che il maschio italiano detiene ancora il primato mondiale della seduzione. Speriamo che i giornali non riportino la notizia: gl'italiani sarebbero capaci di crederci.

  • Per sfatare le malevole dicerie su certe bestie, il presidente degli «animalisti» italiani ha offerto un premio di 200 milioni a chi potrà dimostrare che i corvi scrivono lettere anonime e che le talpe fanno le spie. È vero: di simili casi non ne conosciamo. Ma di somari che fanno i presidenti, ne conosciamo parecchi.

  • In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: "Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?".

  • Sempre più si diffonde sulla nostra stampa il brutto vezzo di chiamare Andreotti col nome di Belzebù. Piantiamola. Belzebù potrebbe anche darci querela.

  • La scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo. (dall'intervista a Montanelli di Laura Laurenzi, 26 marzo 2001)

  • In una conferenza stampa a Nuova Delhi, Henry Kissinger ha dichiarato che verrà a Roma e andrà a pranzo dal presidente Leone, ma non parlerà di politica perché quella italiana è, per lui, troppo difficile da capire. È la prima volta che Kissinger riconosce i limiti della propria intelligenza. Ma vogliamo rassicurarlo. A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi coloro che la fanno

  • Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

  • Viviamo in un secolo di urlatori, in cui anche la crociata contro l'urlo non si può fare che urlando.

  • È il bugiardo più sincero che ci sia, è il primo a credere alle proprie menzogne. È questo che lo rende così pericoloso. Non ha nessun pudore. Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l'allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. "Chiagne e fotte", dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni. (25 marzo 2001)

  • Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi politici passano. I somari restano. Trionfanti

  • Come dissi scherzando a Nilde Iotti quando venne a trovarmi al Giornale, tenevo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti.
  • Spero che l'Europa tratti Berlusconi con l'indignazione e il disprezzo che merita. (8 maggio 2001)

mercoledì, febbraio 27, 2008

Hans Axel von Fersen

Estratto da Wikipedia:

Il Conte Hans Axel von Fersen anche de Fersen (Stoccolma, 4 settembre 1755Stoccolma, 20 giugno 1810) è stato un militare e diplomatico svedese.
Si ritiene sia stato amante di Maria Antonietta di Asburgo-Lorena e la loro intimità diventò quasi certamente fisica. Una versione, probabilmente romanzata, del primo incontro fra i due vuole che si siano conosciuti ad una festa in maschera. Lui le aveva rivolto la parola inconsapevole del fatto che la sua interlocutrice fosse Maria Antonietta. Quando però ella si allontanò e tutti le andarono incontro, capì d'aver chiacchierato con la più importante donna di Francia.
Si racconta che l'amore di Fersen per la regina rasentasse l'adorazione. Maria Antonietta, affascinata dal giovane svedese, si lasciò coinvolgere molto intimamente a questo amore.
Fersen ebbe molte altre relazioni, anche parallelamente alla regina, ma si dice che l'unica donna davvero amata fu Maria Antonietta e che anche nei rapporti con altre donne pensasse continuamente a lei. Il loro amore, seppur impossibile, continuò, per certi versi, fino al 1793 anno in cui la regina venne ghigliottinata. Frequentò quindi spesso la reggia di Versailles e non mancarono le voci ed i pettegolezzi sui due.
Non risulta che la regina abbia fatto nulla per troncare la relazione, ma Fersen, probabilmente ed inutilmente deciso a dimenticarla, o forse per mettere a tacere i nobili francesi, partì per l'America. Al suo ritorno, si ritiene, riprese la relazione con Maria Antonietta, anche in maniera piuttosto evidente.
Lo stesso Luigi XVI era a conoscenza della relazione. Forse per questo motivo Fersen non si sposò mai: il matrimonio previsto con una nobile donna venne da lui rinviato all'infinito. Scrisse infatti alla sorella che, se non poteva essere della donna che amava e da cui era amato, a sua volta non voleva essere di nessun'altra in modo duraturo.
La figura di questa "amabile donna" (come egli la definì) turbò sempre la sua esistenza. Per lei mise in pericolo la sua vita e rinunciò al matrimonio. La celebre frase "tutto a te mi guida", stemma della sua famiglia, è ritenuta da alcuni conferma del loro amore e, secondo alcune testimonianze, venne incisa su due anelli.
Fersen guidò la fallita fuga fermata a Varennes dei reali, ma lasciò la comitiva poco prima dell'arresto, ormai vicino al confine coi Paesi Bassi austriaci, fiducioso nella riuscita dell'impresa. Non si perdonò mai quest'assenza, che probabilmente gli salvò la vita. Egli cercò invano di salvare Maria Antonietta dalla ghigliottina, sino a tornare in incognito, a rischio della vita, a fianco della regina ormai prigioniera del suo popolo, dopo la fallita fuga.
Vagò poi per l'Europa, anche in qualità di diplomatico per conto del re di Svezia Gustavo IV, da uomo politicamente influente, ma dalla sua corrispondenza privata risulta non sia mai più tornato ad essere felice come al fianco di Maria Antonietta.
Nel 1810, nello stesso giorno dell'anniversario della fuga a Varennes (20 giugno), venne linciato da una folla inferocita che lo accusava (a torto) d'aver avvelenato Carlo Augusto, duca di Augustenburg, erede al trono di Svezia.
La sua ricca corrispondenza con la Regina rimase nascosta sino alla metà dell'ottocento, quando gli eredi ne autorizzarono la parziale pubblicazione; per un malinteso senso del pudore verso la memoria dell'antenato e della sua regale compagna, tutte le frasi contenenti espressioni denuncianti un'eccessiva intimità vennero cancellate a mano. Alla fine dell'ottocento, quando la tecnologia avrebbe permesso di decifrare anche questi passi, tutte le missive "incriminate" vennero bruciate.

giovedì, novembre 08, 2007

Il Bepi

da Wikipedia:

Il Bepi - pseudonimo di Tiziano Incani (Lovere, 2 giugno 1974) è un cantante italiano. Si esibisce dal vivo accompagnato dal gruppo the Prismas.
Proviene da Rovetta (provincia di Bergamo) ed il suo repertorio è interpretato interamente in dialetto bergamasco, calcandone volutamente le caratteristiche e l'accento.
Su musiche che attingono a svariati generi, dal blues al country, dalla techno al folk, i testi del Bepi raccontano con un taglio ironico la vita moderna nella bergamasca, tra spiagge improvvisate lungo il fiume Serio e strade perennemente ingolfate su cui pendolare per lavoro.

Hits:

Bepi Jouer - goliardica versione delGioca Jouer di Claudio Cecchetto, in dialetto bergamasco
Massimo Carrera - cover di Maledetta primavera di Loretta Goggi, dedicata al celebre calciatore Massimo Carrera
Kentucky - un italo-americano spiega le differenze tra gli Stati Uniti d' America e Bergamo
Disco Sexy Bar - un posto dove i ragazzi vanno al sabato sera, in alternativa alle discoteche
Coston Beach - una spiaggia dove si trovano tutte le belle donne di Bergamo e i latin-lover in cerca di conquiste
I Du Camios - un automobilista, mentre sta rincasando dal lavoro, che è bloccato nel traffico
Brenner Autobahn - viaggio verso i mercatini tirolesi
Falco Saoldèl - dedicata al campione di ciclismo Paolo Savoldelli
I Pirlies - un famoso gruppo newyorkese in tournee a Bergamo
Cristiano Doni - dedicata all'omonimo calciatore
Strade 'lla Basa - inno dedicato ai paesi della pianura bergamasca
Ol me Kevin - parla di Kevin, un ragazzino asino a scuola e che è gia un mezzo criminale
La festa - invettiva contro le feste estive sotto i tendoni, dove si mangia male e si vincono premi inutili alla lotteria.
Cosa ga dét dré ai terù - invettiva contro i lombardi che criticano i meridionali

giovedì, ottobre 25, 2007

James Douglas Morrison


La riconoscete? E' la tomba di Jim a Parigi.
La frase in Greco significa: "Fedele al suo spirito".
da wikipedia:
James Douglas "Jim" Morrison (Melbourne, 8 dicembre 1943Parigi, 3 luglio 1971) è stato un cantante statunitense.
È stato il leader del gruppo musicale rock statunitense The Doors.
Definito il poeta del sesso e della morte, è ricordato come una delle figure di maggior potere seduttivo della musica rock di tutti i tempi.
Le sue opere e la sua vita sono state oggetto di un'ammirazione quasi religiosa da parte di numerosissimi fan in tutto il mondo.

This is the end Beautiful friend This is the end My only friend, the end Of our elaborate plans, the end Of everything that stands, the end No safety or surprise, the end I'll never look into your eyes...again Can you picture what will be So limitless and free Desperately in need...of some...strangers hand In a...desperate land.